l’autunno buono

sdr

Un giorno ho scritto la lista dei buoni propositi.

Quella dei cattivi è pratica, è cura quotidiana.

Servono a nutrimento l’atto immorale, il pensiero nero,

la contraddizione ostentata.

Osservo le vite degli altri come una terapia del dolore,

dosando l’oppio della curiosità e la tentazione del giudizio.

Gli effetti si infilano nell’anima

e ritagliano il peso di bizzarri furori.

Fuori l’autunno grida sfacciato i suoi colori

buoni per i pittori digitali e i poeti risorti.

La poesia si riPosa

La poesia si riposa.
I versi sono stanchi, le figure retoriche quasi stremate. I grandi temi preferiscono il rifugio dei sogni e la vita quotidiana è un lago prosciugato dall’abitudine.
La poesia delle piccole cose è un esercizio il cui risultato non torna mai. Bisogna essere grandi poeti per saper dire anche quando non si ha, o non si ha più, nulla da dire.
Scrivere per disperazione è bulimia, è come trangugiare voracemente emozioni e su emozioni per poi liberarsi del loro peso, mettendo alla prova la complice pazienza dei fogli bianchi,
Io ci provo ogni tanto a mettermi lì davanti al foglio bianco, conosco la sua capacità di trattenere sempre e comunque anche la parola più dura, gli accostamenti più audaci.
Mi siedo e mi guardo dentro, passando dalla bocca scendendo giù fino alle viscere, esplorando il corpo segreto, per cercare dove si è nascosto il disagio, l’origine dell’emicrania o la sorgente della malinconia.
Ho scardinato così tante volte porte chiuse a chiave. Ho violato promesse fatte a me stessa ingannandomi con bugie perfette. Ho creato bellezza. Di questo sono sicura. Ho dato nobiltà all’indolenza. Dignità alle solitudini. Cercato il mio naufragio. Trovato, ma mai raggiunto, la mia Itaca.
Con la penna in mano guardo il cielo azzurro, la luce accecante del sole che satura i colori e con il naso in su riscrivo l’attesa e la nostalgia di un vecchio profumo di primavera.

PICCOLO ELOGIO DELL'ESSENZIALE

A volte ci si perde ad inanellare ragioni per spiegare.

Per dare una ragione alle cose.

Ci chiediamo il perché.

Se non si trova la risposta allora ce la inventiamo.

Se siamo creativi non ci diamo risposte banali.

Se siamo sensibili ci diamo risposte profonde.

Ci compiacciamo della nostra capacità di trovare la ragione delle cose.

Ce le ripetiamo, queste risposte perfette, tanto che pare sia stato qualcun altro a rivelarcele.

Il meccanismo ricorda un po’ quello che accadeva durante un compito di classe di latino o greco.

La versione tradotta non ha alcun senso.

Dopo la terza lettura sembra dire qualcosa.

Alla decima lettura la storia fila alla perfezione, non importa se Annibale attraversa le Alpi con 4000 elefanti (erano credo 40)  o Achille durante il combattimento imbraccia un aspide (al posto di uno scudo) per proteggersi.

Se siamo creativi – dicevo – non ci diamo risposte banali.

 

Peccato che durante un compito in classe fosse assai poco ragionevole tradurre le dieci righe con un semplice

 

FOTTITI

 

Ma questo non è un compito in classe.

 

E’ venerdì.

Mi si perdoni la poca poesia del concetto.

ESTINZIONI IMPOSSIBILI

il Buonsenso

Del senno di poi sono piene le fosse.

 

la Scienza

Nulla si crea. Nulla si distrugge. Tutto si trasforma.

 

la Filosofia

Panta rei.

 

Certe Verità regalano una consolazione che non ha prezzo.

Una consolazione. Appunto.

(Soundtrack: Via del Campo, Fabrizio De Andrè)

E M I C R A N I A

E’ passata. Sfumata. Dissolta.

Il martello sulla tempia destra, come il batacchio di un campanaccio, pare abbia smesso di percuotere con insistenza.

Posso ricevere una carezza sulla guancia senza provare qualcosa che somiglia solo ad un fastidio.

L’emicrania.

Metafora del pensiero fisso che diventa ossessione.

E la via d’uscita non è l’analgesico, che mitiga il dolore, ma non cancella la causa.

L’emicrania è la radice del disagio, l’erba cattiva che infesta i pensieri e continua a crescere e a moltiplicarsi.

Pensare diventa dolore e le connessioni tra i pensieri diventano come spilli.

I ricordi sono fitte che intontiscono e non che resta che prendere la testa tra le mani e supplicare qualche dio che il dolore passi.

 

Avrei dovuto seguire l’istinto, il sesto senso, il maledetto intuito femminile.

Prevenire per non curare perché tanto non esiste cura.

 

L’emicrania.

Svanisce in un nulla, un nulla leggero.

Il dolore si è trasferito, ha maturato consapevolezza, si è incardinato nelle regole della memoria, in quel meccanismo che permette di chiuderlo in una scatola, e di chiudere la scatola in un cassetto, un cassetto degli infiniti cassetti della cassettiera dei ricordi.

 

[Una fotografia con un cucciolo bianco e nero. Un’agenda con tanti numeri di telefono fisso e senza prefisso. Un quaderno con una pera, l’ultimo diario, mai finito. Un lucchetto. Una cartolina del Book of Kells. Gli occhiali alla HarryPotter prima che inventassero HarryPotter e tutti gli altri occhiali di tutte le miopie. Schede telefoniche da cinquemilalire. Un accendino. Una scatola che è lì da chissà quanto. O solo da ieri. Non ha importanza.

Non ha più importanza.]