GLI ELEMENTI NECESSARI

Foto S.G.

 

Due bocche

che non potevano baciarsi.

Il respiro

che era sospeso come un apostrofo tra l’articolo determinativo e

il sostantivo indefinito.

Il futuro che spezzava il cuore e

le porte che erano chiuse davanti al mare.

Il passato che non si accontentava del silenzio e

l’ombra che non aveva la forza dell’oblio.

Quel silenzio che prolungava l’istante.

La tristezza che aspettava il suo turno insieme

alla disperazione che lottava per il primo posto.

Il desiderio che voleva cambiare nome e

l’incertezza che non arrivava mai in ritardo.

Una canzone che era appena iniziata.

L’esitazione che si ricordava la prima volta.

O S L O

O S L O

(Oslo, Rathaus, foto: S. Carrara)

O s l o

A 11 anni sperimento la depressione.

Piove, piove sempre, una pioggia inesorabile.
Non un acquazzone, una pioggia lenta e infinita, penetrante.

Mio cugino non parla bene l’italiano. Giochiamo con i lego nella sua stanza.
Mio padre va a pesca con suo fratello. Mio padre è nel suo ambiente naturale.
Mia madre parla con mia zia che sferruzza a memoria renne e cristalli di neve. Mia madre non sa nemmeno che cosa siano i ferri e la lana.

“Mamma, mi viene continuamente da piangere e non capisco perché”.

Sono triste, tristissima.
Una tristezza mai provata, incomprensibile.
Guardo fuori dalla finestra il fiordo e la pioggia e non so come far passare il tempo.
Odio mio cugino.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove. C’è un grigio mortale e fa freddo.
Ho i piedi bagnati, la cerata è troppo grande.
Andiamo in un centro commerciale a comperare uno zainetto. Ci sono della mia misura, ma solo verdi o marroni. Chiediamo un colore più vivace.
“Non ne abbiamo”, ci dicono. “I colori vivaci spaventano gli animali nel bosco”.

o S l o

A 16 anni, quando finisce la scuola, vinco un viaggio premio dagli zii.
In Norvegia. Staghelle, per la precisione.

Piove, piove sempre. Una pioggia inesorabile, non un acquazzone, ma una pioggia lenta e infinita. Non me la ricordavo così.

Mio cugino deve ancora finire la scuola e comunque vive per gli Iron Maiden e il Brann.
Dalla libreria italiana dello zio estraggo L’esorcista e un giallo di Agatha Chirstie, non so più quale.
La zia Tove mi regala un paio d’orecchini d’argento che rappresentano il sole con le rune. Me li regala perché il sole non lo vedo mai.

Mi chiedo perché, come i ragazzi normali, non ho scelto una vacanza studio in Inghilterra o il campo estivo per imparare tutto sulle tartarughe.
Mi chiedo perché sono voluta tornare in questo cazzo di posto.

Prendo il treno quasi tutte le mattine per Bergen.
Al mercato del pesce mangio un panino con il salmone.
Giro e osservo. Impossibile perdersi.
Non ricordo altro.

Poi mio cugino mi convince ad andare insieme a una festa.
La festa è dentro il salone della scuola elementare. Ci arriviamo che ho già scarpe bagnate e piedi zuppi, poco male, le scarpe si lasciano fuori.
Ragazze e ragazzi sono poco più giovani di me, tredici o quattordici anni. Alcuni di loro, tra cui mio cugino, ballano una musica metal assordante. Delle ragazze parlano tra loro e mi osservano. Mi faccio coraggio: do you speak english? Ridono.
Ci presentiamo.
“Ah tu sei la cugina italiana”.
“Sei piccola”, la statura pare essere profondamente importante per i Norvegesi.
“Sì sono piccola, ma ho 16 anni”. Ridono di nuovo e tornano a parlare tra loro.
Vago un po’ nel salone, bevo del succo di mela, che detesto, e mi accorgo che, chi qui chi là, seduti o mezzi sdraiati su quelli che sembrano materassini da palestra, stanno tutti limonando.
Che cazzo faccio adesso?
Corro fuori.
Ci provo: in mezzo a tutte quelle scarpe bagnate non trovo le mie. Mi viene da piangere. Finalmente le trovo, le infilo ed esco all’aria aperta.
Piove, ancora.
Mi metto a correre in discesa, piango e non vedo niente, o quasi. Scivolo, inciampo, batto il ginocchio sull’asfalto, rompo i jeans. Singhiozzando corro, corro fino a casa.
Gli zii non ci sono per fortuna. Per fortuna in bagno c’è il riscaldamento a pavimento, mi siedo per terra e mi dico che io in questo paese di merda non ci tornerò mai più.

So I lit a fire
Isn’t it good
Norwegian wood

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove.
Tutto è di un grigio ferale.
Fa freddo e ho i piedi bagnati, come sempre.
Ma stavolta la cerata verde da pescatore no, non la metto.

o s L o

I once had a girl
Or should I say
She once had me

She showed me her room
Isn’t it good
Norwegian wood

A 30 anni, più o meno, un viaggio in due.
Sole, tanto sole, un sole mai visto. Nemmeno immaginavo potesse esistere lì.
Un sole strano, intramontabile, troppo luminoso.
Un sole che, se ci pensi, non c’entra niente con tutto il resto.

Mio cugino ha comperato una barca con un amico e ci porta a pescare di notte nel fiordo.
Mio cugino gira i festival di musica e lavora con i bambini problematici: quelli che scappano di casa, quelli con i genitori alcolizzati, quelli che hanno una mamma e due o tre papà, nessuno dei quali lo ha messo al mondo.

La casa dei miei zii è tutta di legno, ha un profumo inebriante, è accogliente, calda, ti abbraccia.
Ci sono dolci di zenzero e cannella.
Carne di balena.
Gamberetti.
Panna acida.
Aringhe.
Birra.
Pane nero.
Waffel.
“Segnarsi le ricette”, ripete sempre lui.

E’ una casa perfetta per fare l’amore, ma non ne ho ricordo alcuno.
L’amore non c’è.
Il sole è troppo luminoso e il cuore non vede.
Il corpo si nutre, il cuore batte, ma l’amore non cresce.

She asked me to stay
And she told me to sit anywhere
So I looked around
And I noticed there wasn’t a chair

I sat on a rug
Biding my time
Drinking her wine

Una foca nuota nel fiordo e cento gabbiani inseguono la barca.

Finse è una camerata dell’ostello dove dormono cinquanta corpi, forse di più, sfiniti dal cammino, nella totale assenza di intimità, nella totale condivisione di tutto.
La notte è serena, non stellata. E’ luce opaca di una latitudine cui non appartengo.
Esco a prendere aria perché l’odore dei corpi intorno mi dà la nausea.

Fuori il silenzio è irreale, è tutto immobile.
In lontananza intravedo il grigio del ghiacciaio.
E tutto quello che vedo, che sento, è il nulla, come la morte, o non so.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Splende il sole.
La colonna dei corpi intrecciati si staglia violenta nell’azzurro come se volesse bucare il cielo, ma per andare dove?
Il tram è sempre in orario.
Il trampolino in cima alla collina è ingegneria di calcoli fatti per bene.

Non ho altri ricordi. Nulla più di questo.

La renna di peluche, la Lonely Planet, le fotografie… non c’è più nulla.
Non ho più niente di niente.
Perché niente c’è mai stato.
Gli anni sul calendario, forse.
Per dire che è un tempo passato.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

o s l O

Ricordo, in un quadro
la brace di una sigaretta
sullo sfondo buio di una stanza.
Un immoto crepuscolo
e il profilo di un uomo, assorto
nei propri pensieri.

Vuoto.
Oslo è un buco nero.
Non si può raccontare.
Nella rete della mia memoria è rimasta intrappolata un’immagine.
Notturna, immobile, senza tempo.
Un quadro di Munch.
Solitudine, attesa, disperazione.
Una sigaretta accesa nel buio.
Non so cosa rappresentasse esattamente, ma mi colpì. Mi riconobbi, forse.
Il fatto è che, nel tempo, quel buio s’è preso qualcosa di me e l’ha sotterrata altrove.

Oslo.
Reticolo di linee rette, lisce. Mattoni e cemento.
Una città senza colori.
Il granito di corpi abbarbicati, contorti, intrecciati. Imponenti, pesanti.
Carni impenetrabili, levigate, convesse.
E un fallo. Orgia di membra in cima a una collinetta.

Il resto è una flebile luce che non accenna a svanire.
Pallida, persistente. Subdola, penetrante. Inevitabile.

E poi.
Un tuorlo d’uovo che cola nel ventre slabbrato di una patata bollente.
Un lungo viale.
La pioggia sottile.
La brace di una sigaretta.

Uno sguardo di ragazza che mi trapassa.
E’ in bicicletta, caschetto biondo racchiuso in una gabbia di plastica e cuoio.
Occhi d’acqua, curiosi, mi sorridono su due scie di lentiggini rosse.
Mi invadono il petto.

E fare l’amore, atteso, bramato, nel bianco di luce e lenzuola.
Morbidi coltri, rivestite di cotone, accolgono un culto creduto, tentato, impreparato, tradito.

Un grande orologio rotondo.
Immobile.

Ecco.
Oslo è questo nulla.
Anagramma di una perfetta, rotonda solitudine.
E’ il vuoto che sento.
E’ un’ombra alla finestra.
Una delle tante, a metà della notte.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

Sì, Oslo sono io.

[S.G. e P.B., 14/9/2017]

“Ho questo problema già da un po’ di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E’ come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. E al centro c’è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l’altra parte, e io non riesco a starle dietro.”

[da “Norvegian Wood”, H. Murakami]

(Vigeland, colonna monolitica, foto: S. G.)