GLI ELEMENTI NECESSARI

Foto S.G.

 

Due bocche

che non potevano baciarsi.

Il respiro

che era sospeso come un apostrofo tra l’articolo determinativo e

il sostantivo indefinito.

Il futuro che spezzava il cuore e

le porte che erano chiuse davanti al mare.

Il passato che non si accontentava del silenzio e

l’ombra che non aveva la forza dell’oblio.

Quel silenzio che prolungava l’istante.

La tristezza che aspettava il suo turno insieme

alla disperazione che lottava per il primo posto.

Il desiderio che voleva cambiare nome e

l’incertezza che non arrivava mai in ritardo.

Una canzone che era appena iniziata.

L’esitazione che si ricordava la prima volta.

DISPERSIONI

DISPERSIONI

Seguivano le tracce di foglietti illustrativi.
Inghiottivano il principio attivo delle briciole
senza conoscerne gli effetti indesiderati.
Camminavano così,
con lo sguardo a terra per non perdersi nemmeno la più piccola
e per non inciampare nelle ombre dei sogni
non dormivano mai.
Si amavano
come gli inganni che tesse l’indifferenza.
I loro visi si infiammavano,
si scompigliavano i capelli
ma erano solo crudeli ipotesi
in libri che nessuno avrebbe scritto mai.
Affondavano così
con una pietra appesa al collo per essere certi di affogare.
Si amavano senza limiti
su letti che non rifacevano mai
e passavano attraverso gli specchi dei motel
scambiando un incantesimo con il debito dell’anonimato.
Lui era un tecnico delle luci.
Lui era un professore di ottica astronomica.
Si erano conosciuti in un cinema a luci rosse.
Si amavano al buio.

SUCCESSIONI

 

 

SUCCESSIONI

Puoi lasciarti raggiungere.
Essere meta.
Luogo d’ombra che protegge
o luce tiepida,
una promessa di riposo, mantenuta.

Puoi sentire salire la marea notturna
acqua nuda mescolata al cielo.

Sei la bocca assetata che non chiede sollievo.

Ti scava, dentro, un amore,
un movimento di deriva,
da un tempo vecchio.

Sei uno schiocco secco, di frusta, nel presente.
Sei passato di polvere, a cui non si domanda.

 

La sedia (2)

La sedia (2)

(Seconda versione)

Non voglio lasciare questa casa, che è stata la mia vera e unica casa, la nostra casa.
Una casa dove sono entrato a poco a poco. Me la ricordo, la prima volta, che sono stato qui. Una provvida sventura ti costrinse ad accogliermi in casa tua, una di quelle nostre sere che una febbre improvvisa della bambina ti avrebbe altrimenti negato.
Non fu la sera in cui facemmo l’amore per la prima volta, ma la prima in cui respirai  il profumo di una vera casa, nonostante temessi i tuoi figli (o il tuo ruolo di madre), accettai il tuo invito. Mi sentii a casa, sì, fu come un ritorno.

Erano passati parecchi mesi dal nostro primo incontro.
Tuo marito era morto da tre anni, me lo avevano detto i colleghi, dopo che mi avevano visto chiacchierare con te, alla festa di Natale. Avevo visto che portavi la fede, pensavo fossi sposata. Invece.
Io andavo spesso in giro, quell’anno mi avevano spedito in Canada, ricordo ancora il freddo. Ti avevo raccontato qualcosa quella sera. Era stato piacevole. Mi stavo separando. Vivevo , se così si può dire, in una casa che non era la mia, ospite fino a quando non avessi trovato una nuova sistemazione. La mia ex moglie mi doveva sopportare solo per brevi periodi.
Ci siamo rivisti per un caffè, una volta che ero tornato. Eri bella. Mi piacevi. Ma non sapevo bene cosa volevo e il Canada era buona scusa, per bei racconti e per non avvicinarmi troppo. Non parlavi molto di te. Non mi avevi detto nulla. Né io ti chiedevo. Avevo paura.
Ci eravamo ripromessi un pranzo insieme e così al mio ritorno definitivo, ti ho invitata. “Ciao Canadese”, sono state le tue prime parole, ed è così che mi hai sempre salutato, ogni volta che tornavo a casa, che fosse il Pakistan, la Russia, la Finlandia.
Quando ci siamo salutati e ti ho chiesto se ti avrebbe fatto piacere vederci qualche altra volta, con quella tua naturalezza che mi ha sempre spiazzato mi hai detto: “Sono, anche, una mamma, ho due bambini, un maschio e una femmina. Hanno 7 e 4 anni. E sono vedova, ma questo lo sai. Però la parola vedova non mi piace”. Poi hai aggiunto: “Ho una sera libera alla settimana, Massimo e Sandra hanno dei nonni fantastici”.

La tua sera libera alla settimana diventò la nostra.
La passavamo fuori, camminavamo e parlavamo. Genova ci accoglieva nei sui caruggi, sul lungo mare. Così, come due adolescenti, ci baciavamo agli angoli delle strade, seduti su una panchina davanti al mare, soffocando il desiderio in una ritrosia affettata. Continuavo a non avere una casa. Continuavi a non accennare un invito.
“Non posso uscire. Sandra ha la febbre e non vuole stare con i nonni.  Vieni qui. Suona al numero 75”.
La casa era disordinata e colorata, piena dei tuoi bambini. Mi sedetti sul divano, ero imbarazzato.
Poi dopo quella sera ne vennero tante altre. E il mio imbarazzo era nello starti accanto e non poterti avere. Ti cercavo. Ti aspettavo. Ma non mi raggiungevi mai.
Quello che accadde infine quella notte è ancora tutto sulla mia pelle, come se fosse appena successo, anche se sono passati tanti anni. Lo facemmo aggrappati a una sedia come a una zattera. Aggrappati alla vita. Poi abbiamo fatto l’amore infinite volte, dentro lenzuola fresche e al caldo di un piumone, o con il sole sulla pelle che filtrava dalle persiane. E ogni volta era un po’ come la prima, ci salvavamo a vicenda.

Tu non ci sei più da tanti, troppi anni, ma per me è sempre ieri che sei morta.
I nostri quattro figli sono diventati uomini e donne,  sono qui con me adesso e mi guardano con indulgenza. Pensano che sia un vecchio rincoglionito perché mi dimentico i rubinetti dell’acqua aperti, brucio il latte nel pentolino e non mi cambio le mutande.
Sì, sono un povero vecchio che non se ne vuole andare da questa casa. Quelli del trasloco hanno già portato via tutto. E io sono qui, in questa stanza ormai vuota, sono un vecchio rincoglionito che piange come un bambino, seduto su una vecchia sedia rossa.

 

Esiste una prima versione del racconto. L’ha scritta Paolo e la potete leggere qui La Sedia

Paolo ha anche pensato che che sarebbe stato bello poter leggere altre versioni.

La Sedia (3. Melogrande) è la versione di Francesco

La Sedia (4.Tramedipensieri) di Marta, che l’ha messa in versi e un po’, a dire il vero, la invidio (mi ha forse rubato il mestiere?)

La Sedia (5.fiochelucilontane) di Luci è una splendida poesia 

Ci accomodiamo sulle suggestioni della La Sedia (6.bludinotte) di Paolo

La versione di lei, che ancora mancava, nella Sedia (7. Massimolegnani) di Massimo

Ci porta in viaggio La Sedia (8.pozioni di parole) di Caterina 

Ci sono tante Storie di Sedie ancora da raccontare, scrivetele a  paolo.beretta.email@gmail.com

Mi avete reso ( e continuate e rendermi) davvero felice. Tutti. Grazie

Silvia

CI MANCA LA PRIMAVERA – DIVAGAZIONI SU PAROLE ALTRUI

CI MANCA LA PRIMAVERA – DIVAGAZIONI SU PAROLE ALTRUI 

https://paracqua.wordpress.com/

DI OTTOBRE

Ottobre sono 31 giorni che si accorciano. Ottobre sarà pure maschio ma la castagna e la vendemmia sono femmine. Sul genere del vino potremmo discuterne a lungo. Ottobre regala tramonti brevissimi che tolgono il respiro e ti stupisce con albe rosa, anche se non sei in riva al mare. Ottobre è il primo golfino di lana, è sentire le mani fredde. Domenica otto ottobre c’era il cielo azzurrissimo e il sole scaldava, che sembrava estate. Ma l’estate è puttana. Ottobre no. Non è per tutti. Non vuole esser pagato. Non ti sorride per forza. Ottobre ad una certa ora chiude la porta. E se ti ha invitata a casa sua ti chiederà di restare a dormire.

 

D’ESTATE

Da ottobre all’estate: è un click la macchina del tempo.

L’estate comincia il giorno più lungo, che lei da subito fa l’esagerata.

L’ estate è puttana, già lo sai. L’estate la da via a tutti e a tutte.  E’ scollata e avvenente. E ti urla sfacciata vivimi, vivimi tutta, credimi io non finirò mai. L’estate è bugiarda, ma è bello credere alle bugie in estate. L’estate è una grande bellezza, è fiori sgargianti, gerani ai balconi che non sfioriscono mai.  Nei giorni assolati ti si incolla addosso e ti toglie il fiato e anche un po’ il senno.

L’estate ti inganna all’alba con una timida frescura, che presto si arrende al solleone ruggente e tu cadi ai suoi piedi, preda languida pronta al sacrificio per la lunga notte che ti attende. L’estate non contempla sonni lunghi e ristoratori, è il trionfo della veglia, è fare tardi a tutti i costi, per vedere l’alba  ma sentirsi ancora nel giorno prima.

L’estate è dei bambini e dei grandi, una democratica di antica scuola, fa contenti tutti, nonni, zii, e cugini che abitano lontano e che vivono solo al mese di agosto.

L’estate: siamo tutti bellissimi e abbronzati, nudi quanto basta per accendere il cerino della passione che però non brucia per l’eternità come i tre fiammiferi di Prévert.

L’estate finisce il 15 agosto ma tu fai finta di niente  fino a settembre, e anche un po’ ad ottobre e ogni volta che il sole ti scalda un po’ di più dici che oggi sembra estate, come a San Martino, che però è già novembre. A dicembre invece dici che è già Natale, ma questa storia la leggi voltando la pagina.

 

D’INVERNO

A dicembre, si diceva, è già Natale. Ma del Natale ne hanno scritto tutti, santi poeti e navigatori. I navigatori si sa tornano sempre a casa per Natale, con i doni esotici delle Indie, che lo zenzero e la cannella mica li hanno inventati in Scandinavia quelli dell’Ikea. L’inverno nasce il 21 dicembre, un giorno cortissimo che è subito sera, ma senza scomodare Quasimodo.

L’inverno ha scarpe pesanti perché è una stagione con i piedi per terra. Cammina a passi veloci fino al 6 gennaio, un giorno disgraziato che tutto si porta via e poi finalmente rallenta, perché arrivare al 31 è tutta una salita. L’inverno ama i silenzi delle notti limpide, quando brillano tutte le stelle che non sono cadute a San Lorenzo. L’inverno non esprime i desideri, ma se guardi il cielo dentro un abbraccio vuol dire che si sono avverati.

L’inverno è la sciarpa colorata, perché non posso stare senza. Vorrei averne trecentosessantacinque ma gli emisferi sono solo due e non potrei mai indossarle tutte. L’inverno sarebbe profumo di legna che brucia nel camino ma ci sono le caldaie a condensazione che sono la morte del romanticismo. Il riscatto sta nel piumone e in tutto quello che ci avviene sotto.

L’inverno a febbraio è ancora inverno, ti tradisce un poco perché allunga le giornate e alle cinque e ancora chiaro e pensi che sta arrivando la primavera, ma domani mattina ti sveglierai con una gelata coi fiocchi, oppure con i fiocchi che scendono dal cielo.  Perché l’inverno è la neve, non me la sono mica dimenticata. La neve ce l’ho nel cuore perché quando nevica sono felice. E quando dico felice voglio dire fe-li-ce. Rido, la mangio, la tocco, ci faccio le palle e i pupazzi, la respiro, la calpesto, mi viene voglia di ballare. Ops, ci ho preso la mano.

L’inverno è pure a marzo, che però sa già di primavera per via dei giacinti che sbocciano e delle vetrine con i colori pastello.

L’inverno lo aspetto alla fermata dell’autobus.  E mi sembra che non arrivi mai.